lunedì 6 dicembre 2010

PEDAGOGIA: Lezione 4 – Problemi specifici di attuazione del decondizionamento.


PROBLEMI SPECIFICI DI ATTUAZIONE DEL DECONDIZIONAMENTO

Il decondizionamento, pone molti problemi specifici, di attuazione sul piano psico-didattico ed una conoscenza, anche se solo orientativa, di tali problemi.

Esiste una stretta relazione tra scopo del decondizionamento e fini dell'educazione e pertanto, sembra opportuno menzionare la natura degli svantaggi di cui sono soggetti i ragazzi delle classi sociali inferiori e che costituiscono le cause prime dei fallimenti scolastici.

Si possono identificare: svantaggi cognitivi, linguistici non cognitivi.

I primi si manifestano come incapacità di discriminazione percettiva, incapacità di concentrazione, di estrazione, di simbolismo, di relazioni verbali, rallentano sviluppo delle capacità di individuazione e deduzione.

Gli svantaggi linguistici si manifestano, come ribadisce Bernstein, con scarsa capacità sintattica nella strutturazione della frase; scarso uso di preposizioni subordinate; incapacità di mantenere un argomento formale per tutta una sequenza di discorso.

Gli svantaggi non cognitivi si ravvisano nel comportamento talora aggressivo del soggetto.

Per eliminare tali svantaggi è necessario agire con chiarezza programmando obiettivi precisi che non vanno mai confusi con il fine, ma sono sempre orientati allo sviluppo della personalità nel suo processo di autorealizzazione. Il diritto allo studio deve confugurarsi come diritto allo sviluppo ed esso deve essere garantito dalla società.

Si ritiene che, soggetti, provenienti da classi culturalmente sfavorite, siano lenti nell'apprendere. E' questo uno dei motivi che li destina all'insuccesso e, per essi la scuola deve assumere metodologie che siano in relazioni con le loro possibilità personali di apprendimento.

A questa esigenza risponde il criterio dell'individualizzazione che, se, auspicabile per "l'intero universo degli educandi", lo è maggiormente per il ragazzo svantaggiato.

Nella scuola i trattamenti individualizzati si prefiggono di adeguare l'insegnamento a ciascuno dei fanciulli, i quali, "sono tutti diversi gli uni dagli altri e presentano ognuno caratteristiche proprie: grado e natura della loro intelligenza, manifestazione del loro temperamento e del loro carattere…" . (R. Dottrens).

L'insegnamento individualizzato, ha senso se si tiene conto delle condizioni iniziali dell'alunno e si prospetta nel futuro, si decifra, quanto più è possibile, non solo il livello delle conoscenze, ma la qualità delle stesse, la loro organicità, il loro significato dinamico nei confronti di successivi apprendimenti.

Gli alunni svantaggiati sono scarsamente stimolati dall'apprendimento scolastico; essi sembrano coscienti dello svantaggio, accettano passivamente il loro stato, non approfittano di particolari stimolazioni culturali.

Esiste come ha osservato Ausubel "una scarsa motivazione intrinseca ad apprendere. Essi provengono da ambienti familiari e culturali in cui la venerazione dell'apprendimento in sé non è un valore cospicuo e in cui la tradizione di cultura è scarsa o nulla… il metodo più efficace per sviluppare la motivazione intrinseca ad apprendere consiste nel concentrarsi sugli aspetti cognitivi più che su quelli motivazionali dell'apprendimento" . (D.P. Ausembel).

L'individualizzazione dell'insegnamento, se pure non può essere ritenuta la regola fondamentale per il recupero dei disadattati è sicuramente un criterio dal quale non si può prescindere se si vuole iniziare un'educazione decondizionante.

L'insegnamento è stato definito "un processo di interiorizzazione fondato principalmente sulla comunicazione verbale che ha luogo tra insegnate e allievi nel corso di determinate attività" . (E. Amidon - E. Hunter).

Questa situazione potrebbe sembrare favorevole per il recupero dei ragazzi svantaggiati la cui condizione è anche attribuibile alla povertà di linguaggio. A scuola, invece, chi parla di più è l'insegnate a scapito degli alunni. Il dialogo dovrebbe divenire un criterio didattico fondamentale perché, attraverso di esso i soggetti manipolano la sintassi e superano in parte le difficoltà di codificare e decodificare un codice linguistico. Si chiede perciò che l'insegnante sia aperto al dialogo ed offra possibilità di partecipazione a ciascun alunno. Si auspica che il docente, più attento ad ogni esigenza, apra spazi per le diverse aree di apprendimento facilitandone la partecipazione, perché l'alunno possa fruire di diverse opportunità.

L'interesse del docente deve essere diretto ad aiutare i soggetti a percepire e interpretare i loro sentimenti, capire se stessi e gli altri, incrementare l'interesse per mondo.

"L'educazione è un risveglio umano… decondizionare culturalmente un bambino, è destarne e ravvivarne la curiosità, attitudine mirabile che si spinge a toccare, esplorare, interrogare, ma che spesso la famiglia trascura e scoraggia e impedisce, determinando sul fuglio il torpore e la pigrizia della mente.

La curiosità… è 'figlia dell'ignoranza', ma diventa 'madre della sapienza' quando vi sia qualcuno che sappia e voglia soddisfare questa prodigiosa 'fame di spirito' " (S. Spini - W. Ferrarotti).

La scuola, non può esaurire il suo compito nella inculturazione ma deve promuovere lo spirito di curiosità e di osservazione avvicinandosi ai modi di approccio dell'esperienza del fanciullo svantaggiato con lo scopo di valorizzare il potenziale educativo di ciascuno. In questa maniera contribuirà ad "erodere" le differenze sociali di cui è portatore il soggetto di status socio-econimico inferiore.


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